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Zero Waste all’italiana. Le origini di Rifiuti Zero – Capannori

Zero Waste all’italiana. Le origini di Rifiuti Zero – Capannori

Se nella prima parte si è cercato di delineare l’aspetto, la posizione e il ruolo degli zerowasters italiani a livello generale – le relazioni con la sfera internazionale, l’importanza della formazione nazionale e degli incontri faccia a faccia -, capire il lavoro del Centro di Ricerca e le azioni di empowerment legate a Rifiuti Zero che agiscono su rete nazionale (la collaborazione con ANPAS e la Filiera Hotel e Ristoranti Rifiuti Zero), in questa seconda parte racconteremo le storie degli attivisti e dei loro gruppi. Dalla Val d’Aosta alla Sicilia, gli zerowasters parlano dialetti diversi, ma dicono la stessa cosa: Rifiuti Zero è la soluzione possibile alle criticità economiche ed ambientali del territorio, nell’ottica di una costruzione di una società sostenibile basata sulle tre responsabilità di base: quella dei cittadini, della leadership politica e delle industrie/produttori.

Ho deciso di partire dalla comunità che ha visto le origini Rifiuti Zero in Italia, uno dei primi luoghi in cui la sconfitta di una cattiva pratica ha significato la messa appunto della strategia sul territorio, Capannori. Già di respiro internazionale, questa prima lotta è stata vinta dalle forze unite dei comitati locali, dall’expertise e dalla forte comunicatività di un personaggio divenuto ormai famoso nell’orizzonte Rifiuti Zero italiano, ma che all’epoca fu mandato in Italia per conto di un collega malato: Paul Connett.

Il professore e il maestro
Rossano Ercolini era già un maestro delle elementari nel 1995, quando la regione Toscana commissariò la costruzione di due inceneritori, uno a Capannori, uno a Pietrasanta. Con un passato di militanza nei centri sociali che lo aveva portato a concentrarsi sulla relazione società umana-ambiente, Rossano aveva già coordinato un movimento di protesta a Camigliano (frazione di Capannori), il suo paese, contro la costruzione di una discarica. “Ma quella volta era diverso”, dice nella nostra intervista, “la costruzione di due inceneritori muoveva maggiori interessi economici. Infatti avevamo la popolazione dalla nostra, ma i media, le leadership politiche, Legambiente e gli stessi Verdi – di cui continuavamo (lui e altri attivisti, ndr) a fare parte con crescente disagio – erano per l’impianto. Svalutavano la protesta indicandola come effetto della sindrome ‘not in my backyard’ (NIMBY, ndr)”. In un panorama culturale in cui l’incenerimento ancora appariva come la soluzione tecnologicamente all’avanguardia, l’Italia non aveva da offrire esperti che potessero spiegare cosa realmente un impianto fosse e cosa comportasse. “Così non avemmo altra scelta che bussare le porte all’estero”, dice Rossano, e quelle porte furono gli Stati Uniti, dove da tempo veniva portata avanti la lotta agli inceneritori. Là, fra le fila degli attivisti, si potevano già individuare professori e scienziati che davano credibilità scientifica alla battaglia, come Barry Commoner, uno degli ideatori dell’ambientalismo moderno, che proprio pochi anni prima era stato a Pietrasanta. Poiché il movimento del No all’inceneritore collegava i due comitati di Capannori e Pietrasanta, Rossano potè contare sull’aiuto di July Merz, un’artista di New York che viveva in Versilia. Tornata a casa, July portò una lettera all’ufficio di Commoner, in cui gli attivisti lo invitavano in Toscana a parlare per la loro causa. Ma il professore aveva già il cancro all’epoca; tuttavia rispose che un suo collega era disponibile a venire per suo conto, Paul Connett. Arrivato in Italia, facendosi intendere un po’ a gesti, un po’ tradotto da July, Paul si rivelò subito così comunicativo e competente da lasciare appassionata la cittadinanza e senza parole l’amministrazione. Tramite i suoi interventi e l’azione dei comitati, ottima nella formazione della popolazione, nel 1997 la battaglia si concluse con la vittoria su Capannori. L’inceneritore a Pietrasanta venne però costruito e avviato, sebbene la lotta là continuerà, accesa, per tempo.
La storia è appena all’inizio. Visto l’esito di Capannori, Rossano e gli altri attivisti iniziarono ad esser chiamati da altri luoghi in Italia, dove gruppi di cittadini si stavano riunendo per combattere la costruzione di un inceneritore. Rifiuti Zero all’epoca non esisteva ancora – e nemmeno Zero Waste a livello internazionale -, ma i concetti, le azioni di base, le miles stones, si stavano creando in questo periodo. Sul campo e dal basso.

Fuori dai Verdi, dentro Ambiente e Futuro
Mentre la lotta contro gli inceneritori imperversava, Rossano e Fabio – maestro elementare, attivista ambientalista che, con Rossano, ha poi fondato Ambiente e Futuro e tuttora ne fa parte – ne avevano un’altra in atto, interna al partito dei Verdi. Li volevano fuori: la battaglia che stavano portando avanti a viso scoperto contro gli inceneritori contrastava troppo con le linee politiche all’epoca adottate. “Con le elezioni provinciali del 1997, che avevano al centro del dibattito il tema della costruzione dei due inceneritori,” mi spiega Fabio nella nostra intervista, “si creò una spaccatura definitiva fra noi – che non volevamo gli impianti – e il partito – che invece era favorevole – . Da lì a qualche tempo fummo buttati fuori. Probabilmente siamo stati gli unici casi nella storia dei Verdi in Italia a fare questa fine”. Ma non si scoraggiarono. Presentarono una lista alternativa, con un simbolo inventato in una notte: un sole sorridente e la scritta Ambiente e Futuro. Giuseppina – insegnate anche lei, attivista di Mani Tese e impegnata nella politica ambientale – fu messa come capo lista. Non vinsero, ma si trovarono in una posizione tale da fare la differenza per i due candidati andati al ballottaggio. “Semplicemente, chi voleva il nostro appoggio – e quindi vincere – doveva assicurarci l’eliminazione del progetto dell’inceneritore a Capannori”. E così accadde: Giuseppina divenne così consigliere provinciale e il progetto su Capannori venne chiuso.

Giuseppina mostra il primo simbolo di Ambiente e Futuro

Giuseppina mostra il primo simbolo di Ambiente e Futuro


Ambiente e Futuro, incubatrice di Rifiuti Zero
“Inizialmente fu un’esperienza elettorale”, continua Giuseppina, “ma Ambiente e Futuro ha lavorato soprattutto come movimento ambientalista e fin da subito è stato molto legato al tema dei rifiuti, anche se non era l’unico argomento trattato”. Ambiente e Futuro si radica sul territorio, ha una sede sin dagli esordi, “anche se senza cesso”, sottolinea Rossano. “Nel 1998 mettemmo un computer con la connessione internet. Questo per tenerci in contatto con Paul e gli altri movimenti con cui eravamo in contatto”. Rossano fu uno dei primi a capire il valore aggiunto della relazione con Paul – e quindi la sfera internazionale che si svilupperà man mano – e la necessità di essere in contatto con gli altri comitati di attivisti italiani. “Potevamo fermarci lì, avevamo vinto. Ma la questione non era più solo l’inceneritore di Capannori, era diventata più ampia e di respiro internazionale”. Nonostante la terminologia Zero Waste ancora non esistesse, l’importanza del concetto di rete e di locale-globale era già stata intuita. In particolare, nel 1996, Paul invitò Rossano ad un workshop sull’incenerimento e la gestione dei rifiuti ad Amsterdam, organizzato da Greenpeace – Greenpeace Italia lancerà l’urlo al No all’inceneritore di Capannori nello stesso anno – . Questo permette a Rossano di prendere i primi contatti internazionali e l’anno dopo organizza a Firenze un convegno di tre giorni “No all’Europa della tossicità”, a cui parteciperanno attivisti da tutta Europa. “Questo globalizza la battaglia locale – di Capannori, all’epoca non ancora vinta, ndr –,” dice Rossano, “facendoci capire l’importanza del rapporto locale-globale che, raggiunta una certa soglia, moltiplica le energie”. Questo rende Ambiente e Futuro l’incubatrice del processo che ha portato all’espansione di Rifiuti Zero in Italia e all’adesione di Capannori alla strategia. A questo punto le energie degli attivisti si dividono in base alle possibilità personali di ognuno di loro: conclusosi il periodo “politico” in senso istituzionale, Giuseppina, Fabio insieme ad altri si concentrano sul territorio della lucchesia – Fabio si occuperà poi di coordinare a livello regionale una rete di comitati per lo studio di una viabilità alternativa, seguendo come modello l’operato del Centro di Ricerca Rifiuti Zero – , mentre Rossano, affiancato spesso da Pier Felice – operaio, entrato in Ambiente e Futuro nei primi anni 2000, sarà la “spalla tecnologica” del gruppo – inizierà a tessere le relazioni fra i comitati di tutta Italia, grazie ai quali si creerà una prima rete nazionale No Inceneritore – Non bruciamoci il futuro –, l’embrione che ha poi portato alla creazione di Rifiuti Zero.

Il lancio del movimento Rifiuti Zero grazie alla rete Non bruciamoci il futuro
Zero Waste si costituisce durante l’incontro ONU del 2000, a Johannesburg. Da quel momento in poi, tutta la sfera concettuale relativa al rapporto locale-globale dei movimenti di attivisti, alla gestione dei rifiuti, all’incenerimento e al conferimento in discarica viene riassunta nella strategia, che evidenzia una tematica ancora non detta ma già intrinsecamente perseguita dai comitati No Inceneritore: tutto deve volgere alla diminuzione progressiva dei rifiuti. Questo comporterà, come è adesso noto, una ricerca scientifica costante, che metterà in relazione sia scienziati che attivisti che operano concretamente sul campo. In Italia, Rifiuti Zero è introdotta da Paul e da Rossano e trova terreno fertile e una base culturale adeguata nella rete Non bruciamoci il futuro, che a cavallo tra fine e inizio millennio inizia a tessersi sul territorio nazionale. La Spezia, Firenze, Parma, Torino, Capannori e altri comitati toscani, Acerra (Napoli) – dove dal 1999 inizia la lotta a quello che diverrà il più grande inceneritore d’Europa – sono i primi comitati ad entrare in contatto. Gli attivisti dei rispettivi gruppi si telefonano, si mandano email – internet e il computer erano ai loro esordi su scala popolare -, si informano e si creano una cultura intorno a tutto quello che concerne l’incenerimento e possibili alternative, si incontrano faccia a faccia in tutta Italia e si supportano fisicamente a presidi e manifestazioni. Queste sono le prime azioni di empowerment prodotte da Rifiuti Zero: gli attivisti, ancora poche decine in tutta Italia, sono legati alle problematiche del proprio territorio che però mettono in condivisione con altri che hanno i loro stessi problemi. In questo continuo scambio, acquistano expertize e consapevolezza, che poi utilizzano per sensibilizzare e formare la propria cittadinanza, che a sua volta diviene empowered.
La strategia Zero Waste viene subito abbracciata dalla rete e diviene un pilastro portante di tutte le azioni dei comitati, tanto che si inizierà progressivamente a parlare di Rifiuti Zero – la traduzione letterale di Zero Waste -. In seguito all’intensificarsi dei rapporti fra Capannori – centro di divulgazione della strategia – e Acerra – che all’epoca era il focus dell’azione -, a Napoli, in piena emergenza rifiuti, viene organizzato il quinto incontro mondiale di Zero Waste International Alliance, evento che consacrerà definitivamente lo stretto rapporto di Rifiuti Zero con la sfera internazionale.
Le miles stones della ‘scalata’ di Rifiuti Zero in Italia”, mi spiega Rossano, “si possono così sintetizzare: nel 1997 il gruppo di attivisti di Capannori vince contro l’inceneritore, iniziando così una proficua relazione culturale con Paul Connett che aprirà le porte per prendere ulteriori contatti internazionali; nel 2007 Capannori è il primo comune ad aderire a Rifiuti Zero e si costituisce il Centro di Ricerca Rifiuti Zero; nel 2009 l’incontro di ZWIA a Napoli”. Da lì in poi le adesioni aumentano, fino a contare oltre 200 comunità a Rifiuti Zero in tutta Italia, risultato ottenuto dalla passione civile, il tempo, le energie e la ricerca continua di migliorare l’expertize degli attivisti che hanno contribuito al processo culturale grassroots che sta caratterizzando tuttora il movimento Rifiuti Zero. Rossano sarà poi uno dei vincitori del Goldman Prize (2013) per il lavoro portato avanti in Italia con Rifiuti Zero.

Un poster della campagna di informazione alla popolazione proposto dal Comune di Capannori

Un poster della campagna di informazione alla popolazione proposto dal Comune di Capannori


Il primo di oltre duecento: Capannori

Ambiente e Futuro, che dal 1997 ha portato avanti il discorso su una corretta gestione dei rifiuti – che dal 2000 prenderà il nome di Rifiuti Zero -, ha tanto agito, sensibilizzato e proposto che nel 2007, il sindaco di Capannori Giorgio del Ghingaro, alla fine del suo primo mandato, accetta la delibera di adesione alla strategia presentata dal movimento. All’epoca era una scommessa sociale ed economica, che però ha premiato la lungimiranza dell’amministrazione e degli attivisti che sin da subito hanno iniziato a collaborare attivamente per la messa in pratica dei Dieci Passi. Dopo una massiccia campagna di informazione alla popolazione, è stato progressivamente introdotta la raccolta differenziata porta a porta in tutte le frazioni del comune, incentivando la popolazione all’uso del composter (dato gratuitamente) e, successivamente, alla diminuzione del rifiuto residuo con l’introduzione della tariffazione puntuale. In parallelo sono state incoraggiate buone pratiche oltre al riciclo, come il riuso, la filiera corta – il negozio Effecorta -, e l’educazione ambientale fatta nelle scuole con progetti come Raccatta la Carta, Orto in Condotta e Dal Caffè alle Proteine. La creazione del Centro di Ricerca ha inoltre contribuito a dare nuova energia, non solo per l’apporto umano dato dai ricercatori che ne fanno parte, ma anche per la differenziazione dei progetti di ricerca che sono portati avanti – si veda a proposito l’articolo relativo -.
Ad oggi, Capannori, comune rurale, che non ha un centro e le sue tradizioni sono ben raccontate dalle feste mangerecce fatte in estate in ogni frazione, è meta di visite internazionali. Essendo la prima dimostrazione concreta in Italia che Rifiuti Zero funziona – con una differenziata di oltre l’80% -, desta interesse anche all’estero per le modalità, le tecniche e i following up culturali ed educativi che la strategia comporta, rendendola una filosofia di vita adattabile all’interezza di una società civile.

Nei successivi tre articoli, parlerò appunto di questi following up, ossia il Centro di Riuso Daccapo, il negozio Effecorta e il progetto d’educazione ambientale Dal Caffè alle Proteine.